Palazzo Piccolomini

Da residenza nobiliare a sede dell'Archivio di Stato di Siena

La Residenza familiare (dal 1469 al 1681)

Nove anni dopo l’elezione del vescovo di Siena Enea Silvio Piccolomini a pontefice con il nome di Pio II, nel 1469 i nipoti Giacomo e Andrea Piccolomini presentarono agli Ufficiali sopra l’Ornato la domanda di costruire un sontuoso palazzo presso la Piazza del Campo e le Logge del papa, ottenendo il permesso di occupare “dieci braccia de la selice del Campo, dal canto del chiasso dei setaioli” (ASS, Consiglio generale 233, c.58), in direzione del Porrione. La imponente costruzione fu realizzata nel corso di vari decenni; nel 1480 il palazzo si erigeva fino a metà altezza rispetto a quello attuale, fino al mezzanino del piano terra. Come attestano le denunce della Lira effettuate dai due fratelli, emerge che nell’anno 1509 la costruzione era terminata ed era divenuta dimora delle famiglie dei due proprietari nipoti del papa. La parte di Giacomo, situata tra Banchi di Sotto e Via dei Rinaldini, ha una facciata rivestita in pietra calcarea a bugnato liscio decorato con i montoni dei Tedeschini ed i crescenti dei Piccolomini. Sembra che il progetto dell’edificio debba essere ricondotto all’architetto Bernardo Gambarelli detto il Rossellino, al quale papa Pio II aveva commissionato anche il palazzo Piccolomini di Pienza; le due costruzioni infatti condividono uguali bifore ad arco a tutto sesto con piccolo architrave “albertiano” e apertura suddivisa a croce delle finestre del secondo piano superiore. La parte di Andrea, situata tra Piazza del Campo e Via del Porrione, mostra una omogenea facciata “all’antica” con aperture incorniciate a edicola semplificata, realizzata per armonizzare la costruzione nel contesto urbanistico della zona. I due palazzi, distinti e diversi anche dal punto di vista architettonico, sono sviluppati intorno ad un cortile in comune che costituisce una sorta di corte interna. Tale pianta planimetrica rimane invariata fino al XVII secolo, per tutto il periodo in cui l’edificio fu dimora della famiglia Piccolomini. La decorazione di questa prima fase di vita del palazzo si conserva all’esterno con una serie di stemmi della famiglia Piccolomini sormontati da mascheroni; all’interno restano le volte ed i peducci di alcune sale e soprattutto il fregio pittorico dell’attuale Sala di studio dell’Archivio di Stato, che mostra un soffitto con travi dipinte, sorrette da mensole policrome e dorate e nella parte sottostante un fregio costituito da due fasce sovrapposte collegate al soffitto da formelle lignee decorate con motivi floreali. La prima fascia mostra putti danzanti affrontati ai lati del motivo araldico piccolomineo della mezzaluna; la seconda fascia presenta fondo dorato e decorazione a grottesca intervallata da medaglioni e riquadri rettangolari con i segni zodiacali dipinti in oro su fondo azzurro.

Il Collegio Tolomei (dal 1681 al 1820)

Intorno al 1680, estintosi il ramo Piccolomini Tedeschini d’Aragona, comincia la seconda fase di vita del palazzo. Nel 1681 viene stipulato il contratto di affitto tra la consorteria Piccolomini e l’amministrazione del Collegio Tolomei. Questo istituto, fondato per l’educazione di giovani nobili senesi e stranieri nel 1628 per volere del conte Celso Tolomei, facoltoso cittadino senese morto senza figli, che aveva voluto investire la sua eredità in beni stabili, e affidato alla direzione dei Gesuiti, trovò nel palazzo una sede idonea ad ospitare un numero di allievi sempre più grande, rimanendo in questa ubicazione fino al 1820. Come previsto dal contratto di affitto, per meglio rispondere alle esigenze della nuova destinazione d’uso, il complesso originario fu modificato e ampliato inglobando alcune case circostanti, fino a occupare l’intero isolato delimitato da Piazza del Campo-Via dei Rinaldini-Banchi di sotto-Logge del papa-piazzetta Piccolomini-Via del Porrione. I vari edifici incorporati furono fusi in un unico blocco mediante sistemazioni che conferirono all’immobile l’aspetto di un edificio costruito ex novo. All’interno furono create camerate intitolate a San Bernardino, Santa Caterina e San Galgano, saloni per le attività di scherma e di teatro, per la preghiera e una grande cappella dedicata alla Santissima Concezione. Dopo i danni subiti durante il violento terremoto del 1697, l’architetto e scultore fiorentino Giovanni Battista Foggini procedette ai lavori di restauro con il consolidamento delle volte delle camerate, della sartoria e del teatro e con la nuova fondazione della facciata in San Martino. Nel 1774, dopo la soppressione della Compagnia dei Gesuiti per volere di papa Clemente XIV, la direzione del Collegio fu affidata ai padri delle Scuole Pie (Scolopi). In seguito ai danni subiti durante il terremoto del 1798 e per il passaggio delle truppe francesi nel 1799, l’edificio ebbe nuove trasformazioni. Tra 1803-1806 la cappella grande fu affrescata dal pittore protoneoclassico Liborio Guerrini coadiuvato dall’ornatista Giuseppe Lusini. In particolar modo l’anticappella, attuale saletta dove sono esposte le tavole di Biccherna, mostra un trionfo di angeli: l’Angelo al centro del soffitto con il giglio, la corona e la palma del martirio (attributi simbolo della purezza e del premio per i martiri) e ai lati Angeli che porgono mazzi di rose. La cappella, attuale sala delle conferenze dell’Archivio, è scandita da un’intelaiatura prospettica le cui componenti sono sottolineate da ornati e finti bassorilievi. Sul soffitto la decorazione è posta in sfondi ottangolari e circolari; in corrispondenza dell’altare oggi non più presente è raffigurato il Padre Eterno seguito da un angelo con giglio e ramo d’olivo, mentre al centro è dipinta l’Assunzione della Madonna; seguono un Angelo con corona e palma del martirio e verso la porta d’ingresso il Nome di Maria adorato dagli Angeli. Sull’apertura che collega cappella e anticappella è dipinto San Giuseppe Calasanzio che presenta l’abito degli Scolopi alla Madonna e a Gesù Bambino; al di sotto è raffigurata l’Adorazione dei pastori; nei peducci della volta si vedono scene tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento, santi, angeli, pontefici; nei lunettoni posti nelle pareti alla base della volta ci sono otto Santi e Beati.

Il Palazzo demaniale e l’Archivio di Stato (dal 1824 ad oggi)

Nel 1823 il granduca Leopoldo approvò un progetto per la riduzione della fabbrica sede del Collegio Tolomei a uso della Dogana e di altri uffici pubblici. Nel 1824 l’edificio fu ceduto dalla consorteria Piccolomini allo Scrittorio delle Fabbriche, cioè al Demanio granducale. Questo atto sancì l’acquisto di tutto il palazzo da parte del governo granducale: sia la parte della consorteria Piccolomini corrispondente al corpo originario costruito a partire dal 1469, sia quella del Collegio Tolomei relativa agli ampliamenti effettuati tra 1681-1820. Cominciarono dunque nuovi lavori di trasformazione dell’edificio per adattare i grandi saloni alle esigenze degli uffici ospitati (Ufficio del Registro, Scrittoio delle Regie Fabbriche, Dogana, Regie Poste, Intendenza di Finanza, Scuola di musica, Accademia scientifica e letteraria tegea) e delle abitazioni degli impiegati. Per il Collegio Tolomei nel 1820 fu individuata una nuova sede presso i locali del soppresso convento di Sant’Agostino. Nel 1858 il neonato Archivio di Stato fu allestito in sei sale del palazzo, all’ultimo piano; l’inaugurazione solenne avvenne nel 1867, dopo che nuovi lavori mutarono ancora la struttura interna dell’edificio.

La nascita dell’Archivio si lega alla figura di Francesco Bonaini che distribuì il materiale archivistico separando i documenti della Repubblica da quelli del Principato; ciascun gruppo fu articolato in sottoclassi per la sezione politica, economica e giudiziaria. L’ordinamento dei fondi archivistici avvenne secondo il metodo storico e fu iniziata la registrazione delle pergamene. Nell’Archivio di Stato infatti erano confluiti i materiali fino ad allora conservati nei due grandi archivi cittadini del Diplomatico e delle Riformagioni e dell’Archivio generale dei Contratti, antichi istituti che avevano accolto i versamenti di migliaia di pergamene e documenti prodotti dallo Stato senese in età comunale e repubblicana (dal XIII secolo al 1557) e in età granducale fino al 1808, momento di inizio della dominazione napoleonica.

La decorazione all’accesso dell’Archivio fu realizzata da Giorgio Bandini, professore della Scuola di Ornato presso l’Istituto di Belle Arti; le pareti della galleria d’ingresso, oggi sede di una mostra documentaria, furono ornate “in stile” per suscitare un’atmosfera storica con semplici quadrature a finti marmi scanditi da lesene con candelabri; nelle volte e nelle lunette furono dipinti fra ornati vegetali, putti e angeli gli stemmi di Siena (Balzana, Libertas, Leone del Popolo), dei suoi Terzi (Città, San Martino, Camollia) e del tribunale di Mercanzia, oltre alle sei città soggette (Grosseto, Massa, Sovana, Chiusi, Pienza, Montalcino) e i due porti di mare (Talamone, Porto Ercole). Nelle lunette poste all’inizio e alla fine del corridoio è raffigurata la Lupa senese. Nella galleria sono presenti anche tre iscrizioni con lettere in oro su fondo azzurro, riferite rispettivamente alla fondazione dell’Archivio di Stato nel 1858, alle norme dell’istituto e all’inaugurazione del 1867. Nel 1864 l’Archivio si arricchì anche della collezione delle Tavolette di Biccherna e nel 1877 nella cappella grande furono poste vetrine che ospitano la collezione di pergamene e manoscritti donata dal conte Scipione Bichi Borghesi; tra questo materiale c’è il testamento del Boccaccio. Nel 1887 fu restaurata la facciata del palazzo a cura dell’Intendenza di Finanza, trasferita in questa sede dal 1870.

Nel corso del tempo l’Archivio ha occupato spazio sempre maggiore all’interno dell’edificio in seguito alla soppressione o trasferimento di altri uffici pubblici. Gli interventi sull’edificio non sono mai cessati; nel 1921, per celebrare il sesto centenario della morte di Dante, fu allestita una grande mostra di documenti danteschi che furono esposti in vetrine donate dal Monte dei Paschi di Siena. La stessa mostra fu riorganizzata nel 1956 quando i documenti e le tavolette di Biccherna furono sistemati in tre locali contigui. Ancora nel 1933 fu realizzato il cancello d’ingresso in stile neorinascimentale a cura delle Officine Franci di Siena e negli anni Novanta fu restaurata la facciata. Contemporaneamente all’allestimento delle sale espositive e all’ordinamento dei fondi archivistici, furono eseguiti lavori per la realizzazione della scaffalatura degli ambienti di deposito del materiale. Per la conservazione del Diplomatico, che conta attualmente oltre 62.000 pergamene distribuite in ordine cronologico, furono costruiti grandi armadi di legno divisi in caselle. Negli anni 1953-54 l’Archivio si arricchì di una nuova sezione destinata al servizio microfotografico.

Attualmente l’Archivio occupa la maggior parte del palazzo, con 108 locali adibiti a uffici, aree aperte al pubblico, laboratori e soprattutto depositi del materiale archivistico per una superficie complessiva di 5679 metri quadrati. I fondi coprono un arco cronologico compreso tra il 735-736 e gli anni sessanta del Novecento e sono caratterizzati da una eccezionale continuità delle serie che riflette la vita ininterrotta delle magistrature senesi nate in età comunale e abolite solo all’inizio dell’Ottocento con le riforme volute dal granduca Pietro Leopoldo. Il materiale archivistico è sistemato su 13891 metri di scaffalature e comprende 183571 pezzi archivistici e 62841 pergamene.

Nel 2008 una serie di eventi, convegni e presentazioni ha celebrato i 150 anni dell’Istituto.